FFisco. cambia il concordato: sì all’iperammortamento

Partite Iva. Il Governo accelera il dossier sul decreto con le correzioni per sbloccare anche il bonus sugli investimenti con l’addio alla clausola made in Ue. Rinvio per il contributo minipacchi

Il Governo punta a dare una ragione in più per scegliere il concordato preventivo versione 2026-2027. Nel dossier aperto negli uffici del ministero dell’Economia sotto il nome del decreto fiscale, spunta anche una possibile correzione su una “mancata collaborazione” tra le regole relative all’accordo biennale con il fisco delle partite Iva fino a 5,1 milioni di ricavi o compensi e il nuovo iperammortamento entro un massimo del 180% introdotto dall’ultima manovra. Allo stato attuale, infatti, non sarebbe possibile effettuare come variazione dal reddito concordato la nuova agevolazione introdotta dall’ultima manovra, con una sorta di ritorno a passato rispetto alle stagioni dei crediti d’imposta 4.0 e 5.0.

Di fatto, questa limitazione rischia di tradursi in una riduzione di appeal del concordato per chi effettuerà investimenti in beni agevolabili, obbligando di fatto a perdere la deduzione spettante. Per questo il Governo è orientato a correre ai ripari con un cambiamento in corsa in un’ipotetica linea di continuità con quanto era stato fatto lo scorso anno, quando con un intervento su misura era stata aperta la strada al riconoscimento anche alla superdeduzione dei neossunti del 120-130 per cento. Del resto, più volte sia l’Esecutivo sia la maggioranza hanno ribadito l’attenzione alla leva fiscale per stimolare tanto gli investimenti in beni strumentali quanto l’incremento dell’occupazione. E allo stesso tempo il concordato è parte integrante della strategia di compliance su cui è stata costruita la delega fiscale e la sua attuazione.

A maggior ragione che, come evidenziato su «Il Sole 24 Ore» del 10 febbraio, il 2026 è un anno cruciale per il concordato preventivo. Da un lato, infatti, vanno convinti i 460mila che hanno scelto l’accordo per il biennio 2024-2025 a rinnovare nuovamente l’impegno per altri due anni. Dall’altro, resta la montagna da scalare di altre 2,2 milioni di partite Iva tra autonomi, professionisti, società e ditte individuali soggette alle pagelle fiscali da portare ad aderire per la prima volta.

Ma nel dossier del decreto fiscale la partita dell’iperammortamento non si limita alla questione del concordato. Anzi. Le pagine più attese dalle imprese riguardano lo sblocco di tutto il meccanismo della nuova agevolazione. Come anticipato dal viceministro dell’Economia Maurizio Leo a Telefisco, lo sforzo congiunto che ha visto protagonisti Ragioneria generale dello Stato, dipartimento delle Finanze e agenzia delle Entrate si tradurrà nell’eliminazione della clausola made in Ue. L’eliminazione del vincolo geografico della provenienza dei beni risponde ad attente valutazioni che hanno coinvolto anche riflessioni con partner strategici extra Ue. 

Il tutto ha però un costo di 1,3 miliardi, che dovrebbero essere trovati attingendo ad altri fondi e non con nuove misure di copertura. Con una sorta di effetto domino, l’addio alla clausola di provenienza con il decreto legge dovrebbe poi aprire le porte al Dm attuativo, su cui i due ministeri competenti (Mimit e Mef) sono a lavoro già da subito dopo la manovra, per consentire alle imprese interessate di pianificare gli investimenti conoscendo con precisione le regole. Ed evitare così lo spiazzamento ex post di non trovarsi nelle condizioni di poter sfruttare l’iperdeduzione.

Restano sul tavolo poi altri temi caldissimi. A cominciare dal contributo di 2 euro sui minipacchi extra Ue. La strada è diventata strettissima dopo l’ok al dazio europeo da 3 euro al debutto dal 1° luglio. Anche per problemi di compatibilità con il nuovo assetto unionale, la situazione sembrerebbe suggerire di intervenire subito con un rinvio che «non richiederebbe ulteriori coperture», come spiegato dal sottosegretario all’Economia Federico Freni, in risposta a un’interrogazione M5S in commissione Finanze al Senato. Un rinvio che però sarebbe un ponte temporale per trovare le coperture mancanti (383 dei 612 milioni previsti nel triennio) per eliminare il contributo e lasciare completamente campo all’applicazione del nuovo dazio, che per il 75% va al bilancio comunitario e solo per il 25% residuo è trattenuto dagli Stati membri a titolo di rimborso per le spese di riscossione.

Così come c’è da risolvere la grana dell’Iva sulle permute, su cui il viceministro Leo ha ribadito anche ieri l’impegno a intervenire durante il convegno sulle Olimpiadi promosso dall’università Statale di Milano in collaborazione con Il Sole 24 Ore (si veda pagina 8). La manovra ha previsto che, dal 1° gennaio 2026, al fine di individuare l’imponibile per il calcolo con l’Iva nelle vendite con permuta si passa dal valore normale ai costi riferibili ai beni e ai servizi scambiati. Ma questo cambiamento rischia di determinare complicazioni. Tra gli emendamenti già presentati al Milleproroghe ce n’era uno, poi ritirato, del presidente della commissione Finanze Marco Osnato (FdI) che puntava a far decorrere la misura solo dai nuovi contratti 2026. Può essere questa la strada da riproporre.

Fonte Il Sole24Ore del 20/02/2026